di Gianluca Mezzofiore
Image may be NSFW.
Clik here to view.
“It was the books, as well as the bike, that made Armstrong a hero.”
Alison Frankel, Reuters
Rob Stutzman, un pr che ha lavorato nello staff dell’ex-governatore Schwarzenegger, e Jonathan Wheeler, chef e ciclista, sono due Californiani uniti da una passione: Lance Armstrong. Nei giorni scorsi, sono balzati agli onori della cronaca per aver lanciato una class action contro Armstrong e gli editori dei suoi libri – le autobiografie It’s not about the bike e Every second counts – per frode. Stutzman e Wheeler hanno dichiarato di aver comprato, letto e amato i libri di Armstrong perche’ “credevano in lui” e ora vogliono indietro i soldi, perché si è rivelata essere tutta una bugia.
Un altro super-deluso dal ciclista texano, è Michael Specter, uno dei più rispettati giornalisti del New Yorker. In un articolo uscito ad ottobre, Specter traccia il suo percorso da fan credulone di Armstrong a semplice “uomo arrabbiato”, pretendendo anche lui delle scuse dal ciclista. Per capire meglio la portata del fenomeno, sottolineerei che stiamo parlando di uno che faceva vedere alla figlia l’ormai ridicolo spot della Nike contro il doping, in cui la voce fuori campo di Armstrong declama: “This is my body and I can do whatever I want to it”, mentre sotto scorrono immagini sovraumane del texano in allenamento.
“Yes, I was a fool” ammette Specter. E insieme a lui si risveglia da un’ubriacatura collettiva un’intera nazione, ammaliata dall’epopea di The Animal. La questione ha prevedibilmente suscitato un dibattito anche nel resto del mondo occidentale, dove Armstrong era riuscito a costruire intorno a sé un’aura altrettanto eroica.
“Does omission necessarily turn a work of non-fiction into fiction? Or does all non-fiction occupy a morally dubious hinterland where what’s written isn’t necessarily all true or untrue?”, si chiede il Guardian, citando esempi di fiction molto più vicini all’autobiografia rispetto al caso di Armstrong.
“Non so cosa pensare di Armstrong, ma questo libro è una bella storia della sua vita. I capitoli sulla battaglia del cancro sono potenti”; “È un peccato che sia tutta una bugia”, dicono alcuni lettori su Amazon in seguito alla provocazione di un libraio australiano che ha proposto di spostare le autobiografie del ciclista sullo scaffale ‘fiction’.
Alla luce degli esempi riportati, si pone una questione letteraria interessante. Quali sono i confini tra fiction e autobiografia? E soprattutto, è legittimo pretendere che la seconda non sia altro che il resoconto fedele dei fatti accaduti nella vita di un individuo? Rispetto alla fiction, in cui l’autore invoca la suspension of disbelief, l’autobiografia deve fare i conti con elementi extratestuali, che, se divergono in modo irreparabile con il testo, provocano una ferita quasi insanabile con il lettore. Così i lettori si sentono delusi, umiliati, traditi. Cosa che, quasi superfluo dirlo, non succede con le stesse variabili, in un libro di fiction.
Senza entrare nello specifico del caso legale contro Armstrong, è interessante notare come i confini tra fiction e autobiografia si facciano molto labili nel caso del ciclista texano, quasi in un caso di autofiction a posteriori.
Tuttavia, soprattutto a giudicare dai commenti di lettori comuni su Amazon, la struttura romanzesca della vita di Armstrong sembra rimanere a prescindere dalla veridicità del contenuto. Anzi, ne potrebbe guadagnare in potenza drammatica. La favola tutta americana dell’eroe sportivo che si riscatta dal fato avverso – in questo caso il cancro – e vince 7 Tour de France di seguito affascina proprio per la sua struttura intrinseca, che rimanda agli albori della letteratura, della voce narrante attorno al fuoco. C’è qualcosa di primordiale ed epico nella storia della sua vita, persino nella recente caduta, nel crollo dell’eroe. “Quand’è uscita, l’ho trovata una lettura molto interessante. Ben scritta, e Armstrong e’ un individuo interessante.” “Dovrebbe essere riclassificata come fiction”. Sembra una sorta di leitmotiv.
Se fosse un lavoro di fiction, l’io che parla nel testo di Armstrong sarebbe un narratore inattendibile. Naturalmente, nei migliori casi di narrazione inattendibile – come ad esempio la Coscienza di Zeno – l’autore stringe una sorta di patto segreto col lettore, gli strizza l’occhio continuamente con indizi e narrazioni contrastanti, mettendo di fatto in scacco il narratore. Nella vita di tutti i giorni, ci stuferemmo dopo pochi minuti di un interlocutore che cerca di tirarci per la giacca, le cui aporie narrative, ipocrisie e lapsus si palesano in tutta la loro forza. Nel lavoro di fiction, invece, ci lasciamo abbindolare e agghindare dal tessuto narrativo, dalla forza retorica del narratore. Ci piace abbandonare le resistenze, è parte del piacere della lettura. Perdoniamo facilmente un narratore ipocrita, contraddittorio, non faremmo lo stesso nella vita di tutti giorni. E per l’autobiografia? Nei casi precedenti vediamo come scatti lo stesso meccanismo della fiction. È vero, molti lettori si indignano, ma c’è anche chi apprezza “la bella storia della sua vita”, pure se si tratta di “una bugia”.
La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagne: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui. Non ha molta importanza che il poverino, per aver mentito troppo spesso, sia stato alla fine divorato da un lupo. L’importante è che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande frottola c’è un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, è l’arte della letteratura. La letteratura è invenzione. La finzione è finzione. (Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura)
La funzione poietica della bugia, il vettore creativo del falso sono elementi chiave di un intero filone narrativo novecentesco, insieme alla figura del narratore inattendibile. Ma le autobiografie di Armstrong – un bugiardo professionista, uno che ha orchestrato il programma di doping più sofisticato e dettagliato che si sia mai visto nello sport – sono un innesto in piu’ proprio perche’ di fiction non si tratta(va). Come definirle quindi? Di sicuro le memoirs del texano riveleranno ai posteri un sottotesto inedito, una profondità che ribolliva ogni volta che un Filippo Simeoni alzava la voce – subito zittito – e che e’ antitetica/alternativa alla versione ufficiali. C’era un intero paese che non voleva vedere.
Chi saprà mai la verità? Ci sono testimonianze di Armstrong che assumono sfumature e significati diversi, adesso. Una volta il texano chiamò George Hincapie “my best bro”. Adesso sappiamo perché: Hincapie lo redarguì in Spagna prima di alcuni test anti-doping a sorpresa. Non solo, secondo le testimonianze, Hincapie mise a disposizione il proprio appartamento a Girona, nel 2003, per una trasfusione di sangue ad opera del Dr. del Moral.
Portando quella che sembrava una borsa di sangue, il Dottore chiese un appendiabiti a Hincapie. Poi chiusero la porta. Hincapie sapeva che era normale procedura, nel caso di infusioni, appendere la borsa di sangue a un appendiabiti per facilitare l’afflusso di sangue. Ma non disse nulla, non disse niente al compagno di corse, rimase lì, confinato da una porta chiusa, come mezza America rimase lì, confinata – o meglio ammaliata – dalle autobiografie di un eroe nazionale.
Image may be NSFW.
Clik here to view.
Clik here to view.
